
Questo racconto lo voglio iniziare partendo da qui, da questa frase. Un concetto che ho avuto la fortuna di esperire nella mia giovinezza e negli incontri in spazi aperti e in alta quota, tra le dolomite venete. Con il tempo poi ho scelto non solo di viverle nella mia individualità e/o nel tempo libero, ma di studiarle di approfondirle, e farne un mestiere o quantomeno continuare a proporre incontri tra donne e uomini e la montagna, laddove succedono grandi cose.
Era un pomeriggio di quasi 10 anni fa. All’epoca ero uno studente del corso magistrale di Scienze dell’educazione e Pedagogia, in una Bologna primaverile e pronta a sbocciare.
In dipartimento, nella bacheca degli annunci, il mio sguardo viene rapito da una grafica, e nello specifico da due parole che prima di allora non avevo mai pensato potessero stare vicine, nello stesso flyer per intenderci.
Montagna – Educazione
Educazione all’aperto – Montagnaterapia
Da quel giorno in poi, queste parole sarebbero diventate un mantra per me, una prospettiva di orizzonti possibili in un mondo che stavo assaggiando tra le lezioni ed i corsi all’università e che pian piano avrei toccato sempre di più lavorando come edcuatore.
Quel giorno, nell’aula magna del dipartimento di scienze dell’educazione in via Filippo Re a Bologna, ci sarebbe stata la presentazione di Equilibero, questa associazione di promozione sociale di Padova, che a quanto pare stava da anni tentando di mantenere un collante tra queste due parole, cosi vicine alla mia storia, ma che non avevo mai osato provare a mettere insieme, in continuità, l’una a supporto dell’altra. Un contesto montano ed azioni educative. Un bosco vergine o un colle da svalicare e delle scarpe e uno zaino per attraversarlo.
Decisi di fiondarmi all’incontro. Lì rimasi colpito dal fatto che questa associazione nacque nel 2008 a Padova, a pochi km dal mio nido adolescenziale. Non ne avevo mai sentito parlare eppure ormai erano già anni che esisteva, progettava e organizzava percorsi educativi, terapeutici e riabilitativi rivolti a persone disabili, minori o adulti all’interno di situazione di disagio sociale, disagio mentale, dipendenze patologiche attraverso la montagna e le sue diverse discipline (trekking, arrampicata sportiva, kayak, trekking fluviale etc…).
Che figata! -pensai-
A presentare i progetti dell’associazione, invitato dalla prof.ssa Alessandra Gigli (docente di Pedagogia), vi era Massimo Galiazzo, educatore carismatico nonché fondatore e presidente dell’associazione Equilibero.
Mi fa strano scrivere di Massimo e Alessandra provando a pensare a quella giornata, son passati molti anni, Alessandra è poi diventata la mia relatrice di tesi e Massimo un grande amico, fonte di ispirazione e compagno di mille avventure di Equilibero.
Finito l’incontro, presi contatti, mi catapultai subito a revisare il sito, a scoprire più a fondo i vari progetti, le metodologie, gli obiettivi educativi.
Possibile che non ci avessi mai pensato prima? Eppure ne ero sempre stato testimone, con il mio corpo, con le mie esperienze in montagna, scalando le rocce o perdendomi tra i crinali in cerca di un posto per la tenda. La montagna ha un potere trasformativo, di cambiamento, di crescita personale, di condivisione e di mazzate. Se la si calpesta con intenti, con visioni e con determinazione pedagogica, può diventare un contesto permeabile di elaborazioni e rielaborazioni.
Scrissi a Massimo e da lì iniziò la mia storia con Equilibero.
Dopo poco tempo feci la richiesta di poter fare il tirocinio curriculare all’interno dell’associazione e poco dopo ci scrissi pure la tesi magistrale.
Iniziai in punta di piedi, seguendo le ambizioni e l’esperienza di Equilibero, mettendomi in gioco in prima persona, mi resi subito conto che tutto ciò era possibile, anzi le vedute innovative di poter portare dei progetti educativi in ambiente naturali mi sembravano non solo un’alternativa, ma una vera risposta a determinati bisogni.
Mi ritrovai dentro a “Gruppo Motion” (all’epoca “gruppo avventura”) un progetto in collaborazione con una comunità terapeutica per tossicodipendenti madre-bambino, un’uscita al mese, un’avventura da vivere con questo gruppo di mamme tra trekking, kayak, arrampicata e ritorni gioiosi in struttura. In queste giornate rimanevo stupito della voglia e la presenza con la quale queste persone si lanciavano a capofitto tra le nostre proposte, vivendo un’adrenalina nel movimento, una ricerca di sensazioni forti, molto simili alle condizioni che hanno scolpito le loro storie di consumo, ma all’interno di un contenitore sano e con obiettivi circoscritti ad un’esperienza che poi si faceva racconto, parola, ricordo ed emozione.
Poco dopo presi parte a “back into the wild” un progetto di cammino educativo organizzato in collaborazione con varie comunità educative per minori nel territorio del Veneto. Un trekking di una settimana tra le Alpi insieme a una decina di minori nel pieno di un’età evolutiva così delicata e caricati di macigni ancor più grandi dei loro corpi in sviluppo. Imparai a vivere la rabbia repressa di questi ragazzi non più confinata tra le mura di una comunità, ma tra la vastità dei campi, tra sentieri impervi e rifugisti poco vogliosi di adolescenza. Imparai anche i miei confini di adulto di riferimento, capendo che in progetti di questo tipo la figura della guida si cala in un’orizzonatalità che appiattiva le gerarchie di potere, il ruolo rimaneva saldo, ma anch’esso veniva limato dal contesto, dalla stanchezza del cammino, dai temporali estivi a 2000mt che arrivano quando meno te l’aspetti, non esisteva un ufficio degli operatori dove andarsi a riposare dopo le mille richieste di un ragazzi, o i tempi di riflessione educativa si restringevano, alle volte rischiando una risposta impulsiva o un gesto esagerato, l’autenticità del momento né faceva da padrone. E la sera, dopo un pasto caldo e la certezza di aver raggiunto la meta dove poter dormire, ecco che li si presentava il momento per calmare la mente e le emozioni, condividendo le fatiche fisiche e mentali della giornata, in un cerchio che assumeva un valore mistico, un rituale, che senza eccessive costrizioni, veniva vissuta da ragazzi con evidenti difficoltà a verbalizzare emozioni e vissuti, come uno strumento naturale per potersi raccontare, a loro modo, mentre le stelle iniziavano a brillare su nel cielo. Ci sono stati allontanamenti, difficoltà e non sempre la montagna è stata comprensiva del nostro sogno educativo, o forse proprio per la sua indipendenza alle volontà umana che siamo rimasti convinti del suo potenziale.
L’esperienza aiuta molto, e in questi anni di cammini ne abbiamo realizzati molti (5) fino ad aprirci anche al mondo del penale, con il progetto “Percorsi di giustizia”, un trekking di una settimana con adulti provenienti da percorsi di esecuzione penale esterna in collaborazione con la regione Veneto e il UEPE di Venezia. In questi cammini abbiamo voluto introdurre e rafforzare non solo la componente dell’avventura in posti incontaminati, ma il passaggio e l’incontro con l’altro, in paesini diroccati in montagna fino alle metropoli lagunari come Venezia. Il camminare, l’esperienza outdoor, contaminata dalla relazione con la persona-”altra” in un’ottica di voler dare nuovi significati, nuovi volti, che non fosse il nome della pena a determinare il loro sentiero, ma la loro essenza ritrovata grazie allo scambio con un parroco o con il racconto di un montanaro che non è mai sceso a valle. La volontà di creare e progettare queste esperienze in un’ottica di multidisciplinare e di rete, coinvolgendo assistenti sociali, psicologi, direttori di comunità, tribunali fino alla cittadinanza più ampia.
“Questo mare, fino a qualche tempo fa era solo un quadrato celeste dalla finestra della mia cella. Ora sono qui a bagnarmi in questo mare”. Mentre una pioggia autunnale bagna i nostri corpi in una spiaggia a pochi km da Trieste, queste parole mi arrivano da uno dei ragazzi che abbiamo accompagnato negli anni, parole potentissima che ancora mi rimbombano dentro. Per me è solo un bagno, in un trekking, in un mare che mi è familiare, eppure è un gesto così grande, cosi pieno di significati. Il racconto e la voglia di metterci la faccia, di raccontare la propria storia attraverso delle videoriprese, pensate come parte integrante del progetto, come strumento di dialogo, rielaborazione, ma anche di testimonianza.
“Vorrei che questo video di questa avventura arrivasse a tutte quelle persone che come me hanno fatto degli errori in passato”. Rimangono queste cose, oltre all’impresa, alla meta il traguardo, rimane questo. Dopo anni poter risentire qualcuno di loro e sapere che abbiamo una memoria in comune rimane per sempre, come quel tuffo a Trieste.
Ho avuto la fortuna di conoscere e scalare insieme a dei “Guerrieri di roccia” (nome del progetto) ragazzi provenienti da percorsi in comunità terapeutica per persone tossicodipendenti a cui abbiamo regalato un assaggio di quello che si vive nel mondo verticale. Un corso di arrampicata sportiva in collaborazioni con dei Serdp e/o CT terapeutiche, provando a stare in una nuova dimensione corporale, seguendo l’equilibrio del gesto, il respiro e il movimento che regolano, la frenesia e la forza sconsiderata vengono ammortizzate dalla roccia nuda e fredda che si lascia attraversare solo sapendosi confrontare con la caduta, i propri limiti e la fiducia verso la corda e l’altro che ci protegge e ci stimola. Il vuoto sotto di noi assomiglia a quello che ci siamo costruiti negli anni, la differenza sta nel riconoscersi, nel sapere che possiamo cadere, sbagliare, ma in un contesto protetto possiamo anche riposarci, assimilare e riprovarci.
Con il tempo, continuavo a chiedermi se tutto questo fosse solo una nostra sana supposizione e deduzione che tutto questo fosse corretto e giusto da portare avanti. Durante il mio lavoro di tesi ho avuto modo di studiare le teorie pedagogiche di riferimento di questi ambienti educativi. Dewej, Bertolini, Thoreau, Montessori, Rossaeu sono solo alcuni che nel passato hanno analizzato la potenza trasformativa dell’ambiente e delle sua pratiche come strumento di cambiamento, svincolandosi dalla dualità tra uomo e natura, ma mettendoli a confronto, in interazione.
Attraverso un lavoro interno all’associazione e in un secondo momento entrando a far parte di un centro di ricerca sull’educazione outdoor dell’Università di Bologna (CEFEO) abbiamo sviluppato dei veri e propri strumenti di valutazione differenziandoli in base al progetto e alle esigenze. Consapevoli dell’importanza di produrre delle evidenze scientifiche, e scontrandoci con l’esigenza di creare dei modelli che potessero essere non solo quantitativi ma fortemente qualitativi, riuscendo a far cogliere molti aspetti dei nostri obiettivi di partenza, siamo riusciti nel tempo a produrre modelli validi, riuscendo anche a scrivere in collaborazione con Alessandra Gigli, Giannino Melotti e Chiara Borelli un articolo scientifico riguardante questo tema. (link articolo)
Partecipando a vari convegni di montagnaterapia ed essendo inseriti all’interno di SiMont (Società italiana di montagnaterapia) ho avuto modo di scoprire che esistono molte altre realtà in italia, ma sopratutto all’estero che fanno progetti simili. Molto esiste in ambito terapeutico e psichiatrico, sopratutto all’interno di contesti come i CSM, i SerDP, nel mondo delle ASL, ma molto sta emergendo anche in un contesto più educativo, riabilitativo riuscendo, sempre con molte resistenze economiche e di pensiero, a creare sempre più progetti che hanno come contesto d’intervento gli ambienti naturali e poco antropizzati.
La sfida rimane aperta, la consapevolezza di ciò che portiamo avanti come associazione si rafforza sempre di più. Educatori, psicologi, insegnanti, tecnici, volontari, guide escursionistiche, insegnanti di arrampicata o semplicemente amanti della montagna e delle avventure outdoor son le menti pensanti e coloro che si mettono in gioco all’interno di Equilibero, ognuna e ognuno di noi contribuisce a mantenere salda l’associazione tra direttivi e riunioni, sogni e progetti nuovi che nascono e altrettanti storici che resistono nel tempo.
Le difficoltà fanno parte del gioco, ci sfidano di continuo, ma dopo anni di sentieri montuosi si impara che dopo ogni salita c’è sempre la discesa, che da un cielo annuvolato può sempre riafforare il rosso fuoco di un tramonto e che se la cima della montagna questa volta rimane lontana, beh ci sarà un altro tempo per poterla raggiungere.
Perché alla fine quando uomini e montagne si incontrano, grandi cose accadono.
Nicolò Segato

