Dott.ssa Silvia Bellini Laurea Magistrale in Psicologia Cognitiva Applicata . Studi su psicologia ambientale

27/10/2025 al 2/11/2025 “Resistenze e insistenze tra il Carega e il Pasubio”

 

Vorrei che questo articolo non fosse solo un report scientifico, ma il racconto di un’esperienza vissuta in prima persona, in cui ho avuto anche (e non solo) la possibilità di svolgere una ricerca esplorativa sul tema che più mi affascina in assoluto: il rapporto tra uomo e natura.

Erich Fromm introduce per la prima volta un concetto molto interessante, la biofilia, che spiega la nostra predisposizione innata e biologicamente determinata a cercare un contatto con la natura e con tutto ciò che è vivente. Questa tendenza viene spesso spiegata adottando una prospettiva evoluzionista: l’uomo si è evoluto in un contesto naturale, e per sopravvivere ha dovuto sviluppare schemi di adattamento che ancora oggi sono presenti nel nostro codice genetico e che guidano le nostre preferenze verso paesaggi verdi, ricchi di vegetazione, acqua e animali.

Per chi è appassionato di trekking, di sport acquatici o di semplici passeggiate in natura, questo discorso può sembrare scontato: stare in natura ci fa stare bene, ci permette di rilassarci e di migliorare il nostro umore. Per chi invece è meno abituato a frequentarla, entra in gioco la psicologia ambientale, una disciplina che si occupa di studiare (e dimostrare) come gli ambienti influenzino il nostro benessere psicologico, emotivo e comportamentale.

Sono laureata in psicologia, e ho svolto diverse ricerche in questo ambito con l’università. Mi ha sempre interessato trovare il modo di dimostrare scientificamente intuizioni, ipotesi e teorie. In laboratorio questo risulta abbastanza facile, ma ho spesso pensato che fosse un controsenso studiare il modo in cui un ambiente naturale influisce sul benessere delle persone attraverso studi svolti all’interno di ambienti costruiti.

Il caso ha voluto che, durante la ricerca del mio tirocinio post-lauream, venissi a conoscenza di Equilibero e, soprattutto, che incontrassi Massimo Galiazzo e i suoi progetti, nei quali ho riconosciuto molti dei concetti che avevo fino ad allora studiato solo a livello teorico.

A fine ottobre 2025, Massimo mi ha chiesto di partecipare come tirocinante al progetto Percorsi di Giustizia: un cammino di una settimana con sei camminanti in Esecuzione Penale Esterna, lungo un percorso suddiviso in tappe giornaliere, da Rovereto (TN) ad Arsiero (VI).

Mi è sembrata un’occasione preziosa per osservare ciò che la psicologia ambientale studia da anni, ma in un contesto reale, complesso, non controllato. Ho deciso quindi di rinunciare alla sicurezza dei dati “perfetti” da laboratorio e di abbracciare l’idea di uno studio esplorativo. Una decisione che, alla fine, si è rivelata molto più soddisfacente.

Mi sono interrogata su ciò che avrei potuto “misurare” in un’esperienza del genere e ho costruito una piccola batteria di questionari, che è stata chiamata Diario di Natura. I partecipanti lo hanno compilato prima del cammino, durante le diverse tappe e al termine dell’esperienza. Le domande che mi sono posta erano semplici: il cammino avrebbe modificato la connessione con la natura? Avrebbe influenzato il benessere, le emozioni, l’impulsività?

Senza entrare troppo in noiosi tecnicismi, ecco cosa è emerso:

Alla fine del cammino, si osservano andamenti piuttosto chiari: i partecipanti mostrano in media una maggiore connessione con la natura rispetto alla partenza. Questo suggerisce che stare immersi nella natura per più giorni favorisca un senso più forte di relazione e appartenenza al mondo naturale.
L’esperienza sembra aver contribuito anche a una migliore percezione del proprio benessere e a un aumento del tono dell’umore. Si osserva infatti un incremento delle sensazioni di serenità, entusiasmo e piacere, accompagnato da una diminuzione di tensione, tristezza e irritazione.
Inoltre, anche i livelli di impulsività risultano ridotti, suggerendo che i ritmi lenti del cammino, la fatica fisica e la necessità di adattarsi al gruppo possano favorire una maggiore capacità di fermarsi, riflettere e autoregolarsi.

Durante il cammino è stato chiesto quotidianamente ai partecipanti di descrivere come si sentivano e quanto si sentivano connessi alla natura, riportandone anche un momento preciso. La mia idea era chiara: mi aspettavo di osservare un aumento progressivo della piacevolezza emotiva e una riduzione dell’attivazione, come indice di rilassamento. In realtà, i dati hanno restituito un quadro molto più aderente all’esperienza reale: alcune tappe erano più lunghe, faticose e impegnative di altre, il meteo variabile, l’ambiente in continuo cambiamento.
Gli andamenti emotivi risultano quindi altalenanti, sia per quanto riguarda la valenza che il livello di attivazione, riflettendo fedelmente la complessità delle giornate vissute.

Un dato particolarmente interessante riguarda la connessione con la natura, che rimane elevata per tutta la durata del cammino. Anche nei giorni più impegnativi, il senso di vicinanza all’ambiente naturale non viene meno, suggerendo che la natura abbia rappresentato una presenza costante e significativa lungo tutto il percorso.

Tra i momenti più rilevanti riportati emergono immagini molto evocative, come:
“Quando ho percepito la nebbia dell’esterno anche al mio interno”,
“Come ieri sentivo la nebbia, oggi ho sentito schiarire i pensieri”,
oppure “I sassolini, oggi vedevo anche i sassolini, ero molto in pace” e “Saltellando sulla ghiaia con i camosci che ci guardavano”.

I risultati più sorprendenti però sono emersi con la misurazione dell’esperienza di awe, ovvero quella sensazione di meraviglia profonda che nasce quando ci si trova di fronte a qualcosa di più grande di sé (quando magari ci scappa anche un “wow”, per intenderci). È un’esperienza che si può provare di fronte a panorami mozzafiato, come quelli visti dalla cima delle montagne, o di fronte a fenomeni naturali intensi, come i temporali estivi.

La awe è un’esperienza complessa, che prevede un mix di emozioni positive e negative. In letteratura viene descritta come uno stato in cui la percezione di qualcosa di vasto si accompagna a un bisogno di riorganizzare il proprio modo di vedere il mondo. Studi precedenti mostrano come questa esperienza sia associata a una riduzione del senso di sé, a comportamenti prosociali, a un maggiore senso di appartenenza e a livelli più alti di benessere e soddisfazione di vita.

Alla fine del cammino, quindi, è stato chiesto ai partecipanti di ripensare ai momenti in cui si sono sentiti più a contatto con la natura durante la settimana, per rievocare la sensazione di awe, ed è emerso come questa sembra intrecciarsi in modo significativo con il benessere emotivo. Chi ha riportato livelli più alti di meraviglia tende anche a descrivere un umore migliore, più emozioni positive e una maggiore riflessione sul senso dell’esperienza vissuta.

Un aspetto particolarmente interessante è che l’awe non si associa solo a emozioni piacevoli, ma anche a una maggiore presenza di emozioni più “negative”. Questo può sembrare controintuitivo, ma in realtà racconta molto bene cosa significhi vivere un’esperienza intensa. La meraviglia non è solo “stare bene”: è sentirsi toccati, a volte spiazzati, altre volte messi in discussione. È quell’emozione che nasce quando il tempo sembra rallentare, il corpo si fa sentire di più, e il confine tra sé e ciò che ci circonda diventa meno netto.

In questo senso, il cammino sembra aver favorito un coinvolgimento emotivo più ampio e profondo. Un’esperienza capace di attivare domande, riflessioni, momenti di apertura e anche qualche difficoltà, tutte parti di un processo che va oltre il semplice “sentirsi meglio”.

È un risultato particolarmente interessante perché, nonostante il cammino includa molti elementi diversi – attività fisica, fatica, socialità, silenzi, riflessione, appartenenza al gruppo – la natura, con la sua capacità di evocare esperienze di awe, sembra contribuire in modo silenzioso ma costante a quella magia che ci accompagna durante il cammino.

Da ricercatrice, ma soprattutto da camminante, mi sento di concludere dicendo che, se da un lato sono soddisfatta dei dati raccolti, dall’altro sento che i risultati più importanti si trovano sempre nelle esperienze vissute, di cui sono grata.

Alcune parole dei partecipanti, che riescono a raccontare meglio il senso di questa esperienza:

“L’esperienza più bella è stata essere a contatto con la natura con persone che da sconosciute sono diventate affini a me.”
“Credo di aver imparato a percepire la natura dentro di me, a farmi cullare dai colori, dai rumori e dagli odori che mi circondano.”
“È stata stimolata la percezione della mia connessione con il tutto.

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